martedì 11 febbraio 2014

Intramezzo musicale

Il titolo rispecchia ciò che si faceva una volta col carosello; i più vecchi lo ricorderanno. :-)


Il protagonista di "Money for Nothing" è un ragazzo che lavora in un grande magazzino di televisori/cucine/frigoriferi/forni a microonde ed è lui che canta la canzone. "Ho scritto la canzone mentre ero in un negozio, ho comprato una risma di carta e ho cominciato a scriverla", questo è quanto dichiarato da Mark Knopfler, leader dei fu <<Dire Straits>>. "Ho voluto usare lo stesso linguaggio che usava il commesso del negozio quando l'ho sentito perchè è un linguaggio reale."

A suonare questa versione, 4 monumenti musicali: Knopfler chitarra/voce, Clapton chitarra per accompagnamenot, Sting voce e alla batteria Phil Collins

Inoltre volevo aggiungere :
I

Mark Knopfler & Emmylou Harris - I Dug up a Diamond


sempicemente eccezionale.Gli ultimi novanta secondi sono semplicemente nella bacheca planetaria dei trofei musicali.

Il re zoppicante, ma sempre badante

Soltanto chi si ostina, a dispetto dell’evidenza dei fatti, a ritenere Giorgio Napolitano un presidente super partes devoto alla Costituzione può meravigliarsi per le rivelazioni del nuovo libro di Alan Friedman "Ammazziamo il Gattopardo". E cioè del fatto, suffragato da numerose testimonianze, che Sua Maestà (Giorgietto) contattò Mario Monti per rimpiazzare Berlusconi a Palazzo Chigi fin dal giugno 2011, ben prima dell’impennata estiva dello spread e della conseguente fuga di parlamentari della maggioranza, che l’8 novembre 2011 si ritrovò minoranza alla Camera; l’indomani il Professore bocconiano fu nominato senatore a vita e il giorno 13, subito dopo le dimissioni del Cavaliere, fu incaricato di formare il nuovo governo. Si sa bene di che cosa sia stato capace Napolitano in questi quasi otto anni di presidenza; dunque siamo tutti immuni almeno allo stupore. Autoinvestitosi della missione di salvatore della Patria e autoassolvendosi di volta in volta in nome di “emergenze” reali o inventate(economiche,politiche o altro), il capo dello stato di necessità non ha mai esitato a travolgere le regole costituzionali per il nostro bene, o almeno per quello che lui pensava esserlo e invece non lo era. Convinto che l’elettorato sia un bambino immaturo e un po’ sciocco da rieducare e accompagnare per mano dove vuole lui, s’è autonominato Badante della Nazione e ha perseguito scientificamente il suo disegno politico a prescindere dal voto degli italiani, e sovente addirittura contro di esso. Ma gli alti lai, che ora levano i berluscones, suonano stonati e infondati: il bilancio delle interferenze e forzature presidenziali è largamente a loro vantaggio, non certo a loro discapito. Per diversi motivi; almeno tre. Analizziamoli, correndo il rischio di allungare la nostra disamina e distogliere l'attenzione dei pochi nostri affezionati lettori. :-)

  1. La prima vittima dei traffici di Napolitano è il secondo governo Prodi, nato nel 2006 con una maggioranza risicatissima al Senato dalle prime elezioni del Porcellum. Il 21/22 febbraio 2007, dopo meno di un anno di vita, l’Unione di centrosinistra è già in crisi: bocciata in Senato una risoluzione sulla politica estera con appena 158 Sì (su un quorum di 160), 136 No e 24 astenuti. Prodi sale al Colle per dimettersi. Napolitano – come annota il ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa nel suo diario, che Travaglio  ha potuto consultare per il libro "Viva il Re!" – chiede al premier "numeri certi" al Senato, lasciando intendere che non può far conto sui voti dei senatori a vita. Poi respinge le dimissioni di Prodi e lo rinvia alle Camere per la fiducia, non prima di avergli confidato che sta lavorando con "esplorazioni" sue personali – non si sa a che titolo – a una "maggioranza diversa" da quella uscita dalle urne. Una maggioranza di "larghe intese" con la destra sconfitta. Padoa Schioppa parla di manovre "inquietanti". Invece Berluconi – che non sopporta di restare fuori dalla stanza dei bottoni, continua a gridare ai brogli e tenta di comprare altri senatori (dopo il già acquistato Sergio De Gregorio) per dare la "spallata" al governo – è entusiasta. "Napolitano detesta il bipolarismo e persegue il suo disegno politico", annota il ministro dell’Economia(Padoa Schioppa appunto), descrivendo il Presidente come un sabotatore del governo Prodi, "pompiere incendiario" che "soffia sul fuoco anziché spegnerlo" e vorrebbe tornare a un sistema malato da Unione sovietica o da partitocrazia modello Prima Repubblica, dove "il governo lo sceglie il partito (o i partiti) e non il popolo". Un anno dopo, nel gennaio 2008, Prodi cade per l’uscita di Mastella/qualche leghista taglia un pò del salume più grasso e se lo mangia in Parlamento). Ma, anziché sciogliere le Camere, Napolitano tenta un governo Marini, ovviamente di larghe intese. E solo quando fallisce anche quello si rassegna a sciogliere le Camere.

  2. Dopo aver firmato tutte le leggi vergogna del terzo governo Berlusconi, dallo scudo fiscale al lodo Alfano al legittimo impedimento, nel novembre 2010 Napolitano salva il Cavaliere da sicura débâcle. I finiani di FeL(Futoro e Libertà) presentano una mozione di sfiducia in aggiunta a quelle delle altre opposizioni. La maggioranza non c’è più. Ma il capo dello Stato convince i presidenti delle Camere Fini e Schifani a rinviare il voto a dopo la Finanziaria: così regala al Caimano un mesetto di tempo per comprarsi una dozzina deputati: quanti bastano per strappare la fiducia il 15 dicembre.

  3. Nell’estate 2011, quando Napolitano inizia a sondare Monti, il governo Berlusconi  è già alla frutta ancor prima del boom dello spread, che ne è una delle conseguenze: Bresluconi e Brunetta vogliono tagliare le tasse, Tremonti – conti alla mano – si oppone, e fra Palazzo Chigi e l’Economia si scatena una guerra che prosegue per tutta l’estate, con gli appelli dell’Europa per una drastica manovra correttiva. Il 5 agosto Berlusca annuncia che gliel’ha imposta la Bce con una lettera firmata da Trichet e Draghi: in realtà – si scoprirà più avanti – la missiva l’ha sollecitata lui stesso per salvarsi  la sedia. Ma sia lui sia Bossi si oppongono al taglio delle pensioni chiesto dalla Bce e la manovra, riscritta quattro volte, è una burla. Il 23 ottobre Merkel e Sarkozy lo seppelliscono con la celebre risata di Bruxelles. Il 3-4 novembre, al G20 di Cannes, Bersluconi e Tremonti si presentano in ordine sparso, senza neppure parlarsi. Ma il Caimano suonato dice che va tutto bene, "siamo un Paese benestante, i ristoranti sono pieni e si fatica a prenotare un posto in aereo". Inizia il fuggifuggi dal Pdl e l’8 novembre, al voto alla Camera sul rendiconto dello Stato, la maggioranza si ferma a 308 voti su un quorum di 316. Dunque il governo cade e arriva il Prof, coronando il vecchio pallino di Napolitano: le larghe intese.


È vero che il Presidente tiene nella manica l’asso di Monti già da cinque mesi, ma Berlusconi fa tutto da solo: sarebbe caduto lo stesso, anche senza aiuti dall’alto. Il che non significa che Napolitano avesse il diritto di preparare un governo e una maggioranza alternativi 150 giorni prima (e chi ci dice che, nelle telefonate intercettate a novembre-dicembre con Mancino, non parlasse anche di quelle manovre e non le abbia fatte distruggere proprio per questo?). Però Berlusconi  dovrebbe ringraziarlo: il governo Monti al posto delle elezioni fu per lui manna dal cielo: se si fosse votato allora, visti i sondaggi che lo davano intorno al 10%, ne sarebbe uscito asfaltato per sempre. Invece la politica dei tecnici – tasse, lacrime e sangue per i soliti noti – gli consentirà di risorgere nel giro di un anno. E di risultare decisivo alle elezioni di un anno fa, quando gli italiani votano in massa contro le larghe intese e poi, con i soliti traffici di Napolitano (rielezione compresa), se le ritrovano tali e quali con Letta Nipote: lo schema fisso del Presidente. È semplicemente comico che ora, a lamentarsene, non siano Prodi, Rodotà, gli elettori affezionati al bipolarismo, ma proprio l’utilizzatore finale di tutti quei traffici. Ecco, a ben guardare il peccato più imperdonabile di Napolitano è proprio questo: essere riuscito – prima con i minuetti sulla grazia e ora con l’emergere delle manovre del 2011 – nell’ardua impresa di far passare dalla parte della ragione un figuro che, da quando è nato, è sempre stato da quella del torto.  Ps. Nella lettera di precisazioni al Corriere che nulla precisa, Napolitano si fa scudo della sentenza n. 1/2013 della Consulta per invocare "riservatezza assoluta" sulle sue "attività formali" e "informali". Ma non sa quel che dice: quella sentenza, incredibile e tragicomica, si riferisce alle sue telefonate con Mancino e proibisce di intercettare, anche indirettamente, The Voice. Non gli permette di fare quel che gli pare al riparo dalla libera stampa. Né vieta le inchieste e le domande giornalistiche sull’attività del Presidente nella formazione dei governi. Né lo esime dal risponderne all’opinione pubblica. A meno che, si capisce, non si creda un dittatore o un monarca assoluto. Nel qual caso l’impeachment sarebbe uno strumento persino un po’ riduttivo per mandarlo a casa in tempo utile.
Ma questo non accadrà, almeno in questi giorni, visto che lo stesso è già stato archiviato (
)


martedì 3 dicembre 2013

PD e brodini

Chi non ha visto il tele-confronto su Sky dei tre candidati alla segreteria del Pd e ne ha saputo qualcosa soltanto dai resoconti della stampa, del web e dei tg, cioè la stragrande maggioranza degli italiani, s’è fatto l’idea che sia andato male per gli ascolti ma bene per i contenuti. Perché Renzi, Cuperlo e Civati avrebbero parlato di “programmi”. È vero, ne hanno parlato. Ma con l’aria di chi deve recuperare qualche sparuto miliardo qua e là, insomma di chi deve guidare il primo partito (almeno stando ai sondaggi) di un paese malaticcio, ma in via di guarigione. E allora patrimoniale sì o no, taglio delle province, o dei fondi pubblici ai partiti, o dei parlamentari, o del Senato tutto intero (per trasformarlo, fra l’altro, in un poltronificio per consiglieri regionali). Poi, naturalmente, tutti a ridere di Grillo che chiama Ocsa (o Oxa, come Anna) l’Ocse e vorrebbe addirittura un referendum sull’euro o la rinegoziazione del debito pubblico. Come a dire: quello è matto, mentre noi sappiamo quel che diciamo. Purtroppo, a giudicare dai sorrisetti, dagli ammiccamenti e dalle battute, non lo sanno neanche loro, quel che dicono. Perché dal 2014 gl’impegni assunti dai governi Berlusconi, Monti e Letta con l’Europa (in parte dovuti, in parte no) imporranno di recuperare non qualche miliarduccio, ma decine di miliardi all’anno. Cifre che nessun taglio fra quelli proposti dai candidati piddini, né tantomeno le baggianate governative sulle caserme o le spiagge o gli immobili pubblici o le partecipazioni statali da svendere, basterà neppure lontanamente a raggiungere. Ci vuole ben altro. Cure da cavallo, non brodini e pannicelli caldi. E la scelta di chi pagherà il conto non è tecnica: è politica. Deve dettarla il Parlamento, non Saccomanni e i suoi tecnici. E nemmeno Lurch, al secolo Carlo Cottarelli, ultimo commissario straordinario alla spending review. L’altro giorno il Corriere anticipava il rapporto 2013 sulle attività della Guardia di finanza(online sul loro sito o su wikipedia): oltre 5 mila tra funzionari e impiegati pubblici denunciati per corruzione e truffa (dai falsi poveri ai finti consulenti), che nei primi 10 mesi dell’anno han provocato danni erariali da 2 miliardi e 22 milioni di euro, più truffe per 1 miliardo e 358 milioni. Cioè hanno rubato quasi 3,5 miliardi alla collettività: 350 milioni al mese. E questi sono soltanto quelli scoperti: immaginiamo a quanto ammonta il totale. Qualche mese fa, il ministero dell’Economia comunicò che i mancati incassi di evasione fiscale accertata dal 2000 al 2012, ma mai recuperata da Equitalia, ammonta a 545,5 miliardi di euro, su un totale di “ruoli” da riscuotere già emessi per 807,7 miliardi. Una parte dell’enorme buco (107,2 miliardi) è irrecuperabile perché riguarda soggetti in fallimento. Ma questo non basta per giustificare la bassissima capacità di riscossione di Equitalia, che non arriva al 5 per cento. In un paese serio (ipotetica del terzo tipo: un paese serio non avrebbe queste cifre di mancati introiti) si parlerebbe di questo, e solo di questo. E un governo e un Parlamento e dei partiti seri eviterebbero di perdere tempo appresso a corbellerie come la riforma costituzionale o l’ennesima legge contro la custodia cautelare e contro i giudici; ma concentrerebbero tutto il tempo e tutti gli sforzi disponibili a trovare il sistema per mettere le mani in questo immenso serbatoio di nero. Che non è numerologia astratta: sono somme accertate, con i nomi e i cognomi dei corrotti, dei truffatori e degli evasori. Basterebbe recuperarne il 5 o il 10 per cento in più, aumentando l’efficienza della macchina dello Stato, per avere a disposizione decine di miliardi per la mitica “ripresa”. Invece si continua a cincischiare dietro i falsi problemi e le false soluzioni. E a bollare chi chiede una seria lotta alla corruzione, all’evasione e al riciclaggio come giustizialista manettaro. Poi uno guarda chi sono i ministri e i politici che dovrebbero occuparsene, e capisce tutto.

giovedì 10 ottobre 2013

Indulto in Italia

Rubo, perché sono italiano, una vignetta di Natangelo.
Quando si dice "un'immagine vale più di mille parole".


martedì 8 ottobre 2013

Lo sport nazionale

In questo articolo, di imprinting differente dal prettamente politico, unisco tre miei hobbies: calcio, satellite e politica.
Voglio capire se il potere del caimano si stia affievolendo o rafforzando. E soprattutto come.
Difatti, per capire se il potere di Silvio Berlusconi sia davvero finito non bisogna guardare solo il Senato, ma la Lega Calcio, dove si sta consumando uno scontro che per le aziende del Cavaliere vale centinaia di milioni di euro. Da quando è scattata la riforma Melandri nel 2010, la Lega Calcio vende i diritti della Serie A in blocco. Sky e Mediaset comprano praticamente lo stesso pacchetto di partite (380 Sky, 324 per Mediaset che rinuncia ad alcuni match minori) ma la televisione di Rupert Murdoch paga per la stagione 2013/14 561 milioni di euro, la società controllata da Berlusconi soltanto 268. Motivo? Nel mondo dei diritti tv del calcio il digitale è ancora considerata una tecnologia sperimentale. In nessun altro Paese d’Europa succede che due tv concorrenti vendano lo stesso prodotto, con una concorrenza soltanto sul prezzo (29 euro al mese per Sky, 19 Mediaset) e non sul prodotto. La Lega Clacio non tratta i diritti da sola, ma si avvale di un advisor, una società di consulenza che dovrebbe garantire il massimo incasso ai club raccolti nella Lega. Si chiama Infront, un gruppo internazionale specializzato in diritti sportivi (il capo è Philippe Blatter, figlio di Joseph, presidente della Fifa) la cui filiale italiana è guidata da uomini di matrice berlusconiana: Marco Bogarelli, che è stato nel cda di Milan Channel, il suo vice Andrea Locatelli ha lavorato otto anni in Fininvest. E Riccardo Silva, l’omologo di Bogarelli che con la Media Partners & Silva vende i diritti all’estero, è il presidente e proprietario di Milan Channel. A fine agosto, sette club di Serie A hanno scritto alla Lega una lettera indignata: il mandato che la Lega di Adriano Galliani (numero uno del Milan) aveva affidato nel 2007 a Infront scade nel 2016, ma la società di Bogarelli sta già provando a vendere i diritti anche per il triennio 2015-2018. E Juventus, Roma e Inter (più Fiorentina, Sassuolo, Sampdoria ed Hellas Verona) non hanno intenzione di accettare un’altra tornata di negoziati in cui pare esserci “una evidente carenza di progettualità per lo sviluppo a lungo termine e per il conseguente incremento dei ricavi”. Anche Sky ha dichiarato guerra: il responsabile dei canali sportivi, Jacques Raynaud, ha scritto una lettera sul Corriere della Sera per chiedere la fine di un sistema di vendita da cui ha beneficiato soprattutto il diretto concorrente, cioè Mediaset. Nella riunione in Lega di ieri, Infront ha chiesto un rinnovo del mandato dal 2015 al 2021, tra 2015 e 2018 promette alla Lega un minimo garantito di 900 milioni di euro e nei tre anni successivi 930 milioni. Per il disturbo Bogarelli trattiene una trentina di milioni di commissione. I club ribelli si chiedono: come è possibile che la Premier League valga 3 miliardi e la Serie A meno di 1? Gli esperti di settore dicono che il valore viene dall’esclusiva: se il trionfo della Roma sull’Inter di domenica sera si può vedere sia su Sky che su Mediaset, il suo prezzo scende. Offrire gli stessi match su più piattaforme toglie attrattiva. Il gruppo di Murdoch vorrebbe quindi alcuni pacchetti in esclusiva, Mediaset si oppone. La Infront minaccia una terza soluzione traumatica che dovrebbe far rientrare le ribellioni: se non si trova un compromesso, la Lega venderà da sola le sue partite, facendo una televisione controllata direttamente dai club. Per Sky sarebbe l’apocalisse. Per Mediaset invece no, come spiega un esperto al Fatto : la Lega dovrebbe affittare frequenze tv da cui trasmettere, e Mediaset ne ha in abbondanza (più complicato per Rai e Telecom), poi servirebbe un lavoro di produzione, di cui già si occupa in parte Infront, infine serve una tecnologia che discrimini chi paga l’abbona - mento e chi no. Guarda caso l’unica disponibile in Italia è quella dei decoder Nagra (c’era quella alternativa di Telecom e poi Dhalia, ma è stata abbandonata). Le partite della Lega, insomma, finirebbero comunque per passare dai decoder Mediaset Premium. E la tv berlusconiana potrebbe approfittarne per vendere anche altri prodotti, come i film. Negli altri paesi la concorrenza si fa offrendo prodotti diversi, da British Telecom contro BSkyB in Gran Bretagna(sul 23.8°Est) a Sky Deutschland(sul 19.2°Est) contro Deutsche Telekom. In Italia i due contendenti offrono le stesse partite. E con la convergenza delle diverse piattaforme (le partite Sky si possono vedere sull’IPad) è sempre più arduo sostenere che i due mercati – satellite e digitale – siano mondi non comunicanti. A parole tutti, dal consulente Infront ai club alle televisioni, dicono di voler “massimizzare il valore”, cioè portare quanti più soldi possibile nelle casse della Lega. Ma lo spezzatino sembra andare a beneficio quasi esclusivo di Mediaset, che si aggiudica la parte pregiata del calcio alla metà del prezzo di Sky. E anche di Riccardo Silva: la sua holding irlandese Media Partners & Silva, secondo l’agenzia Radiocor , ha distribuito dividendi sul 2012 per 70 milioni. Ma i ricavi per la cessione delle partite di Serie A e Serie B all’estero avrebbe determinato ricavi soltanto per 213 milioni (la Premier League inglese viene venduta per almeno 650 milioni di euro). Il modello Infront deve essere votato in Lega: i sette club ribelli possono bloccare il rinnovo del mandato alla società di Bogarelli (servono 14 voti a favore su 20). Ma circolano già sospetti sulla Sampdoria che sarebbe pronta a passare con il fronte Milan- Infront. E a quel punto l’attuale sistema verrebbe confermato fino al 2021. Per la gioia di Mediaset e del suo azionista più noto.

giovedì 26 settembre 2013

Noi italiani siamo tutti berlusconiani

Nel verminaio scoperchiato dalle intercettazioni dell’ennesimo scandalo Tav, quello di Firenze, c’è una frase che racchiude in sé gli ultimi 20 anni di politica italiana. La pronuncia Maria Rita Lorenzetti, ex governatrice pd della Regione Umbria, laureata in filosofia e dunque presidente di Italferr (la società di ingegneria delle Fs), quando uno dei suoi uomini l’avverte che lo scandalo è stato denunciato alla Procura. Testuale: “Oh ma ti rendi conto, cazzo! Che siamo diventati... ma io... guarda, ma veramente ci fanno diventare berlusconiani, e così!”. Ora che è agli arresti per associazione per delinquere, corruzione e traffico illegale di rifiuti, la zarina rossa potrà meglio riflettere su quella voce dal sen fuggita. E magari giungere alla conclusione che il rischio da lei paventato – “diventare tutti berlusconiani”–è già realtà. Non solo per lei che, a sentirla parlare, è impossibile distinguerla da un Verdini o da un Formigoni. Ma per tutto il politburo del Pd. Non c’è più né destra né sinistra. Al massimo esistono varie sfumature di berlusconismo: dalle più light alle più strong , dalle più soft alle più hard(qualcuno potrebbe fare facile illusione nominando nuovamente (H)ardcore come la famosa villa della brianza) . Ma tutte accomunate dall’arroccamento castal-partitocratico (il “primato della politica”), dall’allergia per i poteri di controllo indipendenti (i pochi magistrati non allineati e le rare sacche di libera stampa) e da una sorda ma rocciosa ostilità alla Costituzione. Fuori dal recinto berlusconiano non c’è agibilità politica, culturale, giornalistica. Lo dimostra l’isolamento siderale dei costituenti il movimento "5 Stelle", i soli in Parlamento a parlare un linguaggio totalmente estraneo al modello-base e da tutti guardati come marziani. Perciò le larghe intese sono una ferita sanguinante per gli elettori del Pd, mentre per gli eletti sono nient’altro che un’abitudine. Solo così spiega la nonchalance con cui il Pd s’è consegnato nelle mani di un noto condannato, prima facendogli scegliere il nuovo (si fa per dire) presidente della Repubblica, poi portandoselo al governo, infine pregandolo di restarvi anche dopo la condanna definitiva (con ridicoli inviti a “fare un passo indietro”). Lo sapevano e lo sanno tutti che Berlusconi sta al governo e in Senato solo per farsi gli affari propri e non finire in galera. Ma tutti hanno finto che fosse lì per spirito di servizio, per empito riformatore, per il bene del Paese. E ora fingono di meravigliarsi se, approssimandosi la data della decadenza dal Senato (ma soprattutto dall’immunità), fa un fischio e tutti i suoi parlamentari e ministri del Pdl scattano come un sol uomo per consegnargli le dimissioni in bianco. Non è l’ultimo atto: è solo l’ennesima estorsione di un interminabile racket – la trattativa Stato-Mediaset – per minacciare il Pd e soprattutto il Quirinale in vista dell’agognato salvacondotto. Mossa per nulla imprevista, anzi più volte annunciata. Ma accolta ancora una volta come un fulmine a ciel sereno da chi seguita a fingere di non sapere con chi ha a che fare. In un paese perlomeno decente, gli artefici e i trombettieri delle “larghe intese”, quelli che ancora l’altroieri blateravano della “lezione tedesca” come se la Merkel fosse la gemella di Berlusconi e l’Spd un Pd con la S, scaverebbero un buco e vi sprofonderebbero dentro, chiudendo il tombino. Ma non accadrà: si attendono nuovi appelli a Berluconi perché ritrovi il suo proverbiale senso di responsabilità e al Pd perché si metta una mano sulla coscienza e una sul portafogli, salvandolo come ha sempre fatto. Seguiranno nuovi moniti di Napolitano, cioè del primo responsabile di questo sconcio. Ieri assisteva silente su un trono dorato, circondato da noti pregiudicati, ai deliri di Stefania Craxi contro i giudici “comunisti” che, a suo dire, perseguitarono il padre Bettino, anzi come l'ha chiamato, visibile su un video di Youtube, il “Mitterrand italiano”. Un’altra scena che riassume a perfezione l’abisso in cui siamo precipitati: il presunto garante della Costituzione e presidente del Csm che non dice una parola, né pensa di alzarsi e andarsene, dinanzi a un’esagitata che beatifica un corrotto latitante e dà in escandescenze contro il potere giudiziario.Ecco perchè tutti gli italiani sono già tutti berlusconiani, a loro insaputa. A questo punto il sogno rimane "votare subito". Appunto, un sogno.

martedì 17 settembre 2013

PD, PDL e lo schifo tipicamente italiano

Prima di scrivere un nuovo post volevo attendere la votazione del Senato, che come tradizione italiana dovrebbe insegnarmi va sempre più per le lunghe: si temporeggia, sia a destra che a sinistra, quando si dovrebbe agire.
In effetti il dibattito pro o contro il voto segreto in Senato sulla decadenza di Berlusconi dà la misura definitiva dell’abisso in cui sono precipitati i partiti. E chi non se ne rende conto, accettando anche soltanto di discuterne, non fa che aggravare la sua posizione. In un altro paese tutti i senatori, senza distinzione di colore, voterebbero senz’indugio per espellere un pregiudicato per frode fiscale e non farvelo tornare mai più. E solo in un postaccio come il Parlamento italiano qualcuno può temere che non lo faccia neppure la metà più uno dei senatori. Intendiamoci: è ovvio che, in assoluto, il voto segreto è una vergogna. I cosiddetti rappresentanti del popolo devono rendere conto ai cittadini in ogni momento, senza poter tirare la pietra e nascondere la mano. Anche e soprattutto per i cosiddetti “casi di coscienza” che finora han giustificato il ricorso allo scrutinio segreto. Ma questo semmai può dirlo Grillo, o qualcuno dei suoi appena arrivato in Parlamento: non chi ha sempre praticato il voto segreto (Grasso e Napolitano sono stati eletti solo grazie a quello) e ora vorrebbe abolirlo proprio sulla decadenza di Berlusconi, con una mossa contra personam che non solo è una forzatura giuridica e un regalo a chi vuol gabellare Berlusconi stesso per un perseguitato. È anche la prova provata che, grazie al Porcellum, i partiti hanno portato in Parlamento troppa gente senza princìpi, scrupoli, dignità. Del Pdl si sapeva: i parlamentari li ha nominati personalmente Silvio secondo il criterio della fedeltà cieca e assoluta. Gente disposta a votare mozioni come quella su Ruby nipote di Mubarak è capace di tutto: anche di approvare la legge Severino per cacciare i condannati e poi, nove mesi dopo, di sostenere che non vale per i già condannati, ma solo per chi lo sarà per reati ancora da commettere. Ma il Pd? Non aveva fatto le primarie? Non aveva rinnovato la sua rappresentanza con forze fresche e pulite? Così ci avevano raccontato. Poi, alla prima prova, almeno 101 (ma forse 120) neoeletti si sono rivelati uguali o peggiori dei precedessori: capaci al mattino di acclamare Prodi presidente della Repubblica e nel pomeriggio di votargli contro per compiacere Berluskaiser(© Bossi, 1994). I capicorrente li conoscono uno per uno, eppure non hanno preso provvedimenti, anzi custodiscono da cinque mesi il segreto su quei 101-120 nomi con un’omertà degna di Cosa Nostra. E ora scoprono all’improvviso che, se – come vuole la prassi per le decisioni sui singoli – si vota a scrutinio segreto sulla decadenza di Berlusconi, la banda dei franchi traditori potrebbe tornare in azione, salvare il Caimano e distruggere definitivamente il partito. Così, anziché smascherare i felloni, chiedono di cambiare le regole in corsa per ottenere il voto palese. O preparano trucchetti da magliari, come quello suggerito da Miguel Gotor, già geniale spin doctor di Bersani: “I 108 senatori Pd infilino nella buca solo l’indice della mano sinistra, così è fisicamente impossibile un voto diverso dal Sì. Ci mettiamo d’accordo con alcuni fotografi che riprendono la scena, postiamo tutto sui social network ed evitiamo guai”. Sembra uno scherzo. Per legge i cittadini, quando vanno a votare, devono consegnare i cellulari prima di entrare in cabina per non rendere il voto riconoscibile: e chi ha fatto questa legge la viola spudoratamente perché non si fida neppure di se stesso? Ma che partito è quello che non riesce neppure a garantire la decadenza, imposta dalla legge, di un condannato per frode fiscale? Questo dovrebbero chiedersi gli elettori che affollano le feste del Pd e sognano a buon diritto rappresentanti migliori. Anziché rallegrarsi per la presunta “trasparenza” mostrata dal partito con la richiesta di voto palese, dovrebbero inchiodare i leader con una semplice domanda: ma che gente ci avete fatto votare alle primarie? Possibile che, invertendo i criteri di selezione delle candidature, il prodotto non cambi? C’è un virus nell’aria delle aule parlamentari che corrompe tutto e tutti, o c’è qualcosa che ancora non sappiamo? Speriamo di no.