E' novembre e Alessandro Sallusti, direttore de "Il Giornale", si scopre fiero nemico del presidente (dimissionario?) Napolitano. “Del resto ci sarà un motivo se Forza Italia si rifiutò – cosa rara – di non votarlo alla sua prima elezione (la seconda non fa testo)”, argomenta nel suo editoriale. Eppure proprio nell’aprile del 2013, all’apparire del secondo mandato di Re Giorgio e della primavera, il direttore fioriva: “Per fortuna il presidente Napolitano ha accettato di tirar fuori l’Italia dal pantano. C’è da ringraziare il presidente”. Magnificava il Sallusti primaverile: “Il Quirinale da oggi non è più solo l’arbitro, ma è il ruolo operativo politico del Paese (…) E questo ci conforta”. Il Sallusti novembrino constata: “L’uomo è andato ben oltre i suoi compiti e i limiti stabiliti dalla Costituzione”. In aprile, dovevamo “ringraziare soprattutto il Pdl”. Ora che cadono le foglie “di danni ne ha fatti abbastanza”. Alessandro dovrebbe starsene zitto, per "incoerenza".
martedì 11 novembre 2014
mercoledì 29 ottobre 2014
Bonanni, la coerenza
Un segretario generale del secondo sindacato italiano che guadagna 336 mila euro l’anno costituisce una curiosità. Soprattutto se non è chiaro come ha guadagnato quella cifra. Se quel segretario si chiama Raffaele Bonanni, poi, la curiosità si dilata al quadrato. La cifra è superiore al tetto per i grandi manager di Stato (240 mila), pericolosamente vicina a quei grandi dirigenti contro cui Bonanni ha spesso puntato il dito. E spiega più chiaramente il motivo delle sue dimissioni anticipate dalla segreteria della Cisl, piombate all'improvviso nella vita del sindacato cattolico e nel dibattito politico e sindacale. Raffaele Bonanni avrebbe dovuto lasciare la segreteria della Cisl, a cui era stato eletto nel 2006, fra pochi mesi. Eppure il 24 settembre scorso decise di anticipare la sua uscita. Stanchezza politica, si è scritto, oppure indisponibilità a essere additato come il rappresentante di una storia vecchia e conservatrice, quella sindacale, secondo il copione redatto dal premier Matteo Renzi. Ma forse, anche il frutto di una faida interna alla Cisl fatta di lettere anonime, velate minacce, dossier che sono passati nelle mani dei vari dirigenti. Uno di questi dossier è pubblico e racconta una storia beffarda, fatta di un aumento vertiginoso dello stipendio dell’ex segretario proprio a ridosso dell’anno in cui, il 2011, decide di andare in pensione. Beneficiando così a pieno del sistema retributivo ed evitando di finire nelle maglie della imminente riforma Fornero. Il dato sulla pensione di Bonanni è stato già reso noto. L’ex sindacalista, infatti, percepisce dal marzo 2012 la pensione (numero 36026124) dall'importo lordo di 8.593 euro al mese. Al netto delle trattenute si tratta di 5.391,50 euro mensili. Qualcosa che nessun lavoratore medio si può permettere. Nei giorni dell’addio alla segreteria, Bonanni ha giustificato tali importi sempre allo stesso modo: si tratta del frutto di 46 anni di lavoro dipendente, con contributi regolarmente versati, quindi niente di speciale. Inoltre, va ricordato, Bonanni è riuscito a sfuggire, grazie all’anzianità lavorativa, alle modifiche operate nel 1995 dalla riforma Dini che introdusse il sistema contributivo, quello poi esteso a tutti i lavoratori dalla riforma Fornero. Sistema basato sul principio: “Tanti contributi hai versato, tanto sarà l’assegno pensionistico”. Con il sistema retributivo, invece, la pensione si calcolava sulla base della media degli ultimi anni di retribuzione: cinque anni prima della riforma Dini, casistica in cui Bonanni rientra in quanto a quella data aveva superato ampiamente le 18 annualità contributive richieste. Su questo particolare scatta la vicenda di cui stiamo dando conto. Il sindacalista, oggi senza incarichi pubblici, viene eletto segretario generale della Cisl nel 2006. Fino a quella data era segretario confederale e guadagnava meno di 80 mila euro lordi l'anno. 75.223 nel 2003, 77.349 nel 2004 e 79.054 nel 2005. Quando diventa segretario generale, secondo il regolamento interno alla Cisl, il suo stipendio viene incrementato del 30%. Quindi, secondo le regole interne, avrebbe dovuto guadagnare circa 100 mila euro lordi annui. Nel 2006, la Cisl dichiara all’Inps una retribuzione lorda, ai fini contributivi, di 118.186 euro. Un po’ più alta di quella prevista ma non di molto. Le stranezze devono giungere con gli anni seguenti. Nel 2007, infatti, la retribuzione complessiva dichiarata all'Inps è di 171.652 euro lordi annui. Che aumenta ancora nel 2008: 201.681 annui. L’evoluzione è spettacolare, gli incrementi retributivi di Bonanni sono stati del 45% e poi del 17%. Ma la progressione continua: nel 2009, la retribuzione è di 255.579 (+26%), nel 2010 sale “di poco” a 267.436 (+4%) mentre nel 2011 schizza a 336.260 con un aumento del 25%. Siamo alla vigilia della domanda di pensione che, dicono i suoi critici, Bonanni riesce a presentare prima del varo della riforma Fornero. E così, beneficiando di una carriera contributiva davvero ampia – 46 anni – e potendosi basare sulle ultime cinque retribuzioni d’oro riesce a conquistare una cifra nemmeno lontanamente sognata da qualunque altro sindacalista. Prendiamo l’esempio di un “pari grado” di cui molti quotidiani si sono già occupati (Il Fatto e Repubblica almeno che io ricordi), Guglielmo Epifani. La sua pensione è di “soli” 3.400 euro mensili netti anch’essi peraltro frutto di uno scatto improvviso di 800 euro al mese maturato nel 2005 alla vigilia di presentare la domanda pensionistica. Anche qui, gli ultimi cinque anni sono stati utilizzati per alzare la retribuzione senza che il Comitato direttivo della Cgil ne sapesse nulla. E qui c'è il punto che spiega, forse, la fuoriuscita improvvisa dalla Cisl di Bonanni. Chi ha deciso questi scatti, questi aumenti progressivi? La Cisl preferisce non commentare. Quando Bonanni si dimise il sindacato di via Po si limitò a ricordare che negli ultimi anni il segretario aveva percepito degli arretrati, la liquidazione del fondo pensione integrativo (che quindi si aggiunge all’assegno dell'Inps) e altri benefit legati alla sua retribuzione. Questi emolumenti, però, non figurano nella retribuzione ai fini Inps e comunque non avrebbero potuto essere così ampi. Negli ultimi cinque anni, infatti, Bonanni ha percepito un ammontare complessivo di 1.230 mila euro invece dei 600 mila spettanti secondo il regolamento. Il doppio. Sentito dal Fatto Quotidiano , l’ex segretario Cisl ha preferito non rilasciare dichiarazioni (non rispondere equivale a volte ad una risposta). Nella Cisl la discussione proseguirà sotto traccia, forse.
venerdì 1 agosto 2014
E' vero, serve la riforma della giustizia e delle cariche istituzionali
Ora che le telefonate di un premier alla Questura di Milano per far rilasciare una minorenne fermata per furto non sono più reato, una domanda sorge spontanea: che ci fa Fabrizio Corona nel carcere milanese di massima sicurezza di Opera per scontarvi un cumulo di condanne a 13 anni e 8 mesi, poi ridotte con la continuazione a 9 anni? È normale che un quarantenne che non ha mai torto un capello a nessuno marcisca in prigione accanto ai boss mafiosi al 41bis, per giunta col divieto di curarsi e rieducarsi, fino al 50° compleanno? Lo domandiamo al capo dello Stato, così sensibile alle sorti di pregiudicati potenti come il colonnello americano Joseph Romano, condannato a 7 anni per un reato molto più grave di tutti quelli commessi da Corona: il sequestro di Abu Omar, deportato dalla base Nato di Aviano a quella di Ramstein e di lì tradotto al Cairo per essere a lungo torturato. Latitante negli Usa, senz'aver mai scontato né rischiato un minuto di galera, Romano fu graziato nel 2013 su richiesta di Obama da Napolitano in barba alle regole dettate dalla Consulta nel 2006. Queste: la grazia dev’essere un atto “eccezionale” ispirato a una “ratio umanitaria ed equitativa” volta ad “attenuare l’applicazione della legge penale in tutte quelle ipotesi nelle quali essa confligge con il più alto sentimento della giustizia sostanziale”, cioè per “attuare i valori costituzionali... garantendo soprattutto il ‘senso di umanità’ cui devono ispirarsi tutte le pene” e “il profilo di ‘rieducazione’ proprio della pena”. (come wikipedia insegna) Parole che paiono cucite addosso a Corona. Il suo spropositato cumulo di pene è frutto di una serie di condanne: bancarotta (una fattura falsa, 3 anni 8 mesi), possesso di 1500 euro di banconote false (1 anno 6 mesi), corruzione di un agente penitenziario per farsi qualche selfie in cella (1 anno 2 mesi), tentata estorsione “fotografica” al calciatore interista Adriano (1 anno 5 mesi), estorsione “fotografica” allo juventino Trezeguet (5 anni), e alcune minori. Nessuno sostiene, per carità, che sia uno stinco di santo. Ma neppure un demonio che meriti tutti quegli anni di galera: ne ha già scontati quasi due fra custodia cautelare ed espiazione pena. Ed è bene che resti al fresco un altro po’ a meditare sui suoi errori, come ha iniziato a fare fondando un giornale per i detenuti, Liberamente , e rivedendo criticamente il suo passato nel libro Mea culpa scritto dietro le sbarre. E a curare la sua evidente patologia di superomismo: ma questo gli è impedito dalla condanna “ostativa” subìta al processo Trezeguet. I fatti, peraltro piuttosto diffusi nel mondo dei paparazzi, sono questi: un fotografo della sua agenzia immortala il calciatore in compagnia di una ragazza che non è sua moglie; Corona gli propone di ritirare il servizio dal mercato in cambio di denaro; Trezeguet ci pensa su un paio di giorni, poi sgancia 25mila euro. Tecnicamente è un’estorsione, poiché i giudici – dopo un proscioglimento del gip annullato in Cassazione – ritengono che fotografare un uomo pubblico per strada integri una violazione della privacy (tesi controversa e ribaltata in altri processi a Corona, tipo nel caso Totti). Reato per giunta aggravato dalla presenza di un terzo: l’autista. Così, per un delitto scritto pensando al mafioso che chiede il pizzo scortato dal killer, Corona si becca 3 anni 4 mesi in tribunale, poi divenuti 5 in Appello (niente più attenuanti generiche). E scatta il reato “ostativo”: niente sconti per la liberazione anticipata (75 giorni a semestre per regolare condotta), niente percorso rieducativo e terapeutico, almeno 5 anni in cella di sicurezza. Un pesce rosso in uno stagno di squali. Proprio a questo serve, secondo la Consulta, la grazia: non a ribaltare le sentenze, ma ad “attenuare l’applicazione della legge penale” quando “confligge con il più alto sentimento della giustizia sostanziale... garantendo il senso di umanità” e il fine “di rieducazione della pena”. Una grazia almeno parziale, che rimuova il macigno dei 5 anni “ostativi”, sarebbe il minimo di “umanità” per ridare speranza a un ragazzo che ne ha combinate di tutti i colori, ma senza mai far male a nessuno. Forse un pò a se stesso.
mercoledì 28 maggio 2014
Sposa l’uomo che ama, lapidata dai parenti
Incollo qui un articolo di Alix Van Buren, di oggi.
«È un delitto d’onore», s’impettisce davanti ai poliziotti di Lahore il padre di Farzana, se “padre” si può dire di un maschio-padrone che ha appena spronato una torma di venti famigliari — fratelli, zii, cugini — a massacrare la figlia incinta a colpi di mattoni e bastone, le mani e la tunica ancora bagnati del sangue zampillato dalla testa di Farzana. Lei, 25 anni, è ormai un fagotto adagiato per terra, coperto da un telo infiorato di fronte al tribunale della capitale del Punjab, in Pakistan. Accanto al braccio, resta il sandaletto rosa, lindo e lezioso, scalzato nella fuga dagli aguzzini. Col suo viso, ancora sorprendentemente bello — reso statuario dalla morte — aveva sfidato il patriarca: per amore. Farzana Parveen era arrivata lì, a Lahore, ieri mattina, per testimoniare davanti ai giudici che «sì, era vero»: lei aveva sposato Iqbal, vent’anni più di lei, proprio per amore.
E «no», s’era intestardita, «non era vero» che Iqbal l’avesse rapita e costretta alle nozze, come invece calunniava il genitore, Mohammad Azeem, rivoltosi alla giustizia. In più, lei sapeva d’essere incinta: era il primo figlio a tre mesi di gravidanza, dopo anni di fidanzamento. Lui vedovo, lei si prendeva cura anche dei cinque figli di Iqbal. Nello spiazzo davanti alla Corte, i due non hanno avuto il tempo di salire i primi gradini. È piombato il branco: il fratello l’ha strattonata, per portarla via. Lei, sulle prime, è sgattaiolata. Lui le ha sparato un colpo di fucile, mancandola. Finché lei nella corsa è inciampata. Ha perso il sandaletto rosa. I testimoni raccontano che su di lei è caduto un diluvio di mattoni recuperati da un cantiere lì di fianco. Raggiunta, i suoi l’hanno finita a bastonate. Fuggiti, sono ricercati dalla polizia. Soltanto il padre, Azeem, s’è consegnato, tronfio: «Aveva insultato la famiglia, s’era sposata senza il nostro consenso, non ho rammarico», l’investigatore Mujahid ripete le parole di Azeem. È il refrain di una trama classica, tanto sanguinaria quanto ripetitiva, in un Paese come il Pakistan (e non è l’unico) dove 869 donne sono state assassinate lo scorso anno per lo stesso motivo: delitto d’onore. Eppure l’orrore di una lapidazione in una piazza centrale sciocca persino i più accostumati allo studio della violenza. «Non s’era mai visto il caso di una donna lapidata, per di più di fronte a un tribunale», dice Zia Awan, rispettato avvocato e militante dei diritti umani. La polizia promette di arrestare i responsabili. Ma Zia, come le donne della famiglia di Farzana, non s’illudono: sanno che le sentenze sono miti; a volte, si risolvono in assoluzioni. L’ultima immagine di Farzan è quel fagotto infiorato, caricato su un’ambulanza, e di Iqbal, la testa stretta fra le mani. L’ultimo affronto: un’autopsia, per sapere quel che tutti hanno visto. E che nessuno ha fermato.
venerdì 23 maggio 2014
il gatto eroe
Eravamo abituati ad ascoltare storie di cani eroi, che hanno salvato bambini, adulti, altri animali; che hanno fatto scoprire assassini e ritrovato persone scomparse. Ma nessuno finora aveva mai parlato di un gatto eroe. Il primomicio che entra nella storia come un coraggioso combattente è in realtà una gatta, di nome Tara, che ha tirato fuori gli artigli come una piccola tigre per allontanare un cane che stava aggredendo il suo padroncino Jeremy di soli quattro anni. Grazie all’intervento di Tara il bimbo è salvo. E ora anche i più diffidenti, che hanno sempre ritenuto il gatto un animale egoista, legato più alla casa che ai padroni si devono ricredere. Che sarà mai se il micio non fa le feste a comando? Chi possiede un gatto sa bene che «non è facile conquistare la sua amicizia; ve la concederà se mostrerete di meritarne l’onore,ma non sarà mai il vostro schiavo », scriveva Théophile Gautier. Vero è che il gatto non vi scodinzolerà mai dietro come un cane.Non porta indietro la pallina, non vi segue per tutta la casa con le pantofole o il giornale tra i denti. Lui ha una personalità. Si avvicina e si lascia accarezzare quando ne ha voglia. E' un pò più egoista-solitario del canide. Poi si allontana e va per i fatti suoi. È uno spirito indipendente. Dorme, sonnecchia, osserva.Ma non ubbidisce. Per un gatto l’idea di essere proprietà di qualcun altro è ridicola (Jeffrey Moussaieff Masson, in La vita emotiva dei gatti). Non tollera le punizioni e fa finta di non capirle. I gatti, animali di altissima intelligenza, non hanno mai completamente superato il complesso di superiorità dovuto al fatto che, nell’antico Egitto, erano adorati come dei. E quanto emotivamente siano coinvolti nel rapporto con gli esseriumani, e quindi con i loro amici-padroni, resta un mistero. Non stupisce quindi la curiosità che ha scatenato il video (su YouTube ha realizzato ben 21milioni di visualizzazioni) della gatta Tara che salva la vita al suo padrone. Si vede una scena fulminea: un cane randagio si avvicina di soppiatto a un bambino in bicicletta, gli azzanna un braccio e cerca di trascinarlo via. Le telecamere di sicurezza piazzate intorno alla villetta di Bakesville, in California, riprendono quello che sembra destinato a diventare un dramma, quando ecco un autentico colpo di scena: il gatto di casa-un soriano per la verità piuttosto ben piazzato- sbuca dal nulla e come una furia si lancia sull’aggressore. Il cane, grazie anche all’effetto sorpresa, molla il braccio del bambino e si dà a una fuga precipitosa, inseguito dal gatto che dopo alcuni metri, compresa l’impari e rischiosa sfida in cui si è lanciato, corre a nascondersi sotto un’auto. Per Jeremy - appena quattro anni - tanta paura e una brutta ferita. Immagini che hanno fanno il giro del mondo commuovendo tutti. Intanto Jeremy è contentissimo di poter urlare a tutti che la sua amica pelosa «è un’eroina,mi ha salvato».I genitori del bimbo raccontano che Tara è entrata nella loro vita all’improvviso: «Cinque anni fa la gatta ci ha seguiti a casa da un parco in cui stavamo passeggiando e da lì in poi non se ne è più andata. E quando è nato Jeremy è sempre stata vicina a lui, anche quando dormiva». Tara è ormai una star, ha un sito (taratheherocat.com) e piovono gli inviti.Ha già partecipato come ospite d’onore alla partita di baseball tra i Bakersfield e i Jethawks Lancaster, in California. E ha effettuato il primo lancio, anche se non si capisce bene come, ma tutto è possibile per la “gatta ninja” così è stata soprannominata sul web. Ad accoglierla insieme al piccolo Jeremy, con i genitori Roger e Erica Triantafilo, un lungo applauso dagli spalti e un'iniziativa benefica: chi ha portato un giocattolo usato o del cibo per animali da donare ai rifugi per cani ha ricevuto uno sconto del 50% sul prezzo del biglietto della partita.
martedì 20 maggio 2014
mercoledì 14 maggio 2014
Infobesity
«INFOBESITY»: obesità da troppa informazione. Obesità mentale, s’intende. Il neologismo viene lanciato da uno studio sulla crescita esponenziale della nostra “dieta quotidiana” di informazioni. Notizie, input, impressioni, opinioni, messaggi personali. È una materia grezza che invade la nostra attenzione, usando le tecnologie digitali, e le cifre sono da capogiro. Negli ultimi sette anni, quelli che forse separano la “prima rivoluzione digitale” dalla nuova Rete 2.0, le email inviate quotidianamente sono esplose da 31 miliardi a 183 miliardi. Erano già tante nel 2007, certo, ma nel 2013 si erano sestuplicate. E qualcuno deve pur leggerle. I video caricati su YouTube erano 11.500 ore al giorno sette anni fa. Ora invece, ogni giorno che passa YouTube accoglie 144.000 ore di filmati aggiuntivi. I tweet nel 2007 erano ancora agli albori: 5.000 “cinguettii” al giorno. Oggi sono oltre 500 milioni al giorno. Il volume di traffico globale che transita su Internet nel 2002 era di 8,6 milioni di gigabyte al giorno, oggi siamo a due miliardi di gigabyte quotidiani. I dati sono di Internet Live Stats, The Radicati Group, You- Tube Trends, Cisco, li ordina insieme un’analisi di Thomson Reuters. L’allarme viene dal fatto che «nell’informazione come nel cibo, l’eccesso può avere conseguenze drammatiche». La diagnosi parla di una «epidemia mondiale di infobesità, una situazione in cui troppa informazione può portare alla paralisi, alla distrazione, all’eccesso di fiducia, alle decisioni sbagliate». C’è un esempio concreto, ai massimi livelli. Non riguarda un singolo essere umano con le sue imperfezioni, ma una delle più potenti aziende tecnologiche della Silicon Valley. Google, nientemeno, che con Flu.Trends aveva lanciato uno strumento analitico per setacciare tutti i social media e raccogliervi immense quantità d’informazioni a fini sanitari. La scommessa di Google: attraverso la potenza di Big Data e la sofisticazione dei software per interpretare quelle notizie, avremmo sconfitto l’influenza. O quantomeno avremmo raggiunto una perfetta capacità previsionale, per indicare in anticipo sviluppi e diffusioni delle prossime epidemie influenzali. Il bilancio? Un disastro. La massima autorità sanitaria Usa, il Centers for Disease Control and Prevention, insieme con una squadra di scienziati diretta da David Lazer, hanno scoperto che il Flu.Trends di Google ha preso delle cantonate micidiali, sovrastimando i casi di influenza in modo sistematico, e ha sbagliato per anni senza correggersi. Nel saggio pubblicato sulla rivista Science, Lazer indica questo come un esempio macroscopico di hybris legata a Big Data. Decisioni sbagliate, come conseguenza dell’incapacità di selezionare, interpretare, un sovraccarico d’informazione. Se di Infobesity si è ammalata perfino Google, figurarsi quanto siamo vulnerabili noi. Tra gli scienziati che se ne occupano, Clay Johnson (autore di The Information Diet) è stato uno dei primi ad analizzare l’informazione alla stregua di un «consumo di alimenti»: se ne possono ingerire in eccesso, e stare molto male. Esiste secondo Johnson un «preciso e osservabile modo di funzionamento neuronale» che coincide con il sovra-consumo d’informazione. Sotto accusa, insieme con «l’invasività dell’informazione », c’è la nuova norma sociale «che rende accettabili le continue interruzioni della nostra attenzione». Mark Pearrow, ricercatore al Massachusetts Institute of Technology, ha creato un sito che si chiama Infobesity.com. Il suo scopo è «trovare la giusta dieta per l’informazione». Per questo vuole capire anche «quali antichi meccanismi sono in funzione nelle nostre menti e nei nostri corpi, che ci rendono suscettibili di sviluppare una dipendenza». Il paragone alimentare calza alla perfezione. Gli esseri umani hanno abitato questo pianeta per decine di migliaia di anni in condizioni di penuria di cibo, esposti al rischio di carestie; quando il cibo è diventato abbondante, non eravamo geneticamente programmati per resistere alla tentazione. Qualcosa di simile ci sta accadendo con l’informazione nell’èra della sua abbondanza digitale. Infobesity è un neologismo che ha avuto illustri predecessori. Negli anni Settanta Alvin Toffler cominciò a parlare di «information overload», sovraccarico. In seguito arrivarono termini come «information glut» (intasamento) e «data smog». Alla nascita della posta elettronica, nel lontano 1997 un’indagine fra i manager delle maggiori aziende Usa (Fortune 1000) dimostrò che il 50% di loro veniva «distratto sei volte all’ora dall’arrivo di email». Un problema minimo, trascurabile, rispetto a quel che accade oggi con le riunioni aziendali dove tutti hanno lo sgaurdo incollato sul display dello smartphone. Nicholas Carr, che ha diretto la Harvard Business Review ed è autore di The Shallows — What The Internet Is Doing To Our Brains, spiega che le email e altri messaggi digitali sfruttano un nostro istinto primordiale che spinge alla ricerca di nuove informazioni. Ma perfino Eric Schmidt, chief executive di Google, ammette che il bombardamento incessante di nuovi dati può avere un impatto negativo sul nostro pensiero, ostacolare le riflessioni più profonde, la comprensione, l’apprendimento, la memorizzazione. Insieme con l’allarme, cominciano a elaborarsi delle strategie di resistenza. L’indagine Thomson Reuters, rivolta alla grandi aziende americane, indica alcune autodifese. Una di queste chiama in causa ancora una volta la tecnologia: si elaborano software sempre più avanzati per «scremare, filtrare e selezionare » la massa bruta e gigantesca di notizie personali o commerciali depositate dagli utenti nei social media. Chiediamo a un software di «distinguere» ciò che conta dall’effimero. Le intelligent alerts sono il passo successivo: ci facciamo stimolare solo quando appaiono nella nebulosa delle informazioni grezze quei temi che noi abbiamo pre-segnalato perché di nostro interesse. Un terzo filone di ricerca riguarda le “ricerche intuitive”, basate su software che imitino il pensiero e il linguaggio umano. Apple con Siri (il cosiddetto “assistente personale” che ci parla dall’iPhone) è uno degli esempi di questa ricerca di un aiuto tecnologico che possa guidarci dentro un universo di conoscenze troppo vasto per noi. Infine c’è una tendenza che non ha nulla a che vedere con le tecnologie: è l’emergere di un potente “agnosticismo dei dati”. L’indagine Thomson Reuters lo indica come un trend in crescita tra quei dirigenti che vogliono «combattere l’infobesità», riprendendosi il controllo delle fonti, della qualità dell’informazione, dell’attendibilità. Per sostenere questa rivolta contro la bulimìa dei dati, sono di aiuto anche i corsi di mindfulness (letteralmente: la qualità di una mente completa, di un’attenzione piena), tecniche di meditazione e concentrazione che mutuano dallo yoga e da analoghe discipline buddiste. Sally Boyle, che dirige le risorse umane per Goldman Sachs, è certa che «fra qualche anno questi esercizi di meditazione ci sembreranno normali, essenziali e diffusi quanto le sedute in palestra ». Non ci resta che riflettere su questi dati ASSOLUTAMENTE ALLARMANTI.
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